lunedì 29 aprile 2013

I nidi chiudono e aprono le scuole

phaewilk










La tendenza è la chiusura. La questione si presenta anche a Bologna. Sul resto del territorio nazionale è assodata da tempo. La contrazione dell'offerta mostra la profonda ferita di un sistema in crisi e in un paese in crisi.

giovedì 18 aprile 2013

Cari bambini il nido paciugo chiude

Cari bambini, genitori e lavoratori del Nido Paciugo, dal prossimo mese di settembre il nido non esisterà più. Al suo posto ci sarà una scuola dell’infanzia.

mercoledì 17 aprile 2013

Educare i bambini: Parola al professor Cristiano Gori


Sintesi intervento Professor Cristiano Gori
Siamo di fronte ad una nuova fase storica. Siamo abituati a veder crescere l'offerta dei posti al nido, in modo lento, costante e sempre inadeguato rispetto alla domanda. Anche la qualità all'interno dei servizi è crescuta, accompagnata da politiche locali e normative regionali che hanno definito al meglio le capicità. Oggi facciamo fatica a cogliere l'andamento, negli ultimi 4 anni, le cose sono molto cambiate. L'offerta arretra, i posti rimangono vuoti e la qualità è ferma, nella più rosee delle ipotesi. Perché? Cosa è successo? E sopratutto cosa riserva il futuro? La nuova classe dirigente, a livello nazionale, si sta muovendo tra tante incertezze e non si intuisce quale sia la direzione.

Educare i bambini: parola alla Professoressa Silvia Nicodemo


Il servizio -integrato per la prima infanzia: da servizio a domanda individuale a servizio universale. (17 aprile 2015, Silvia Nicodemo)
In materia di nidi, vige una normativa nazionale (l. 1044/71) e le Regioni hanno adottato legislazione che ne ha dato attuazione, integrando talora con documenti diretti ad individuare requisiti a garanzia della qualità. La regione Emilia Romagna ha un sistema normativo avanzato. Però, nell’applicazione sono emerse alcune insufficienze del modello, che si ravvisano in concreto.
Davanti a questa situazione, rifletto a partire dalla Raccomandazione della commissione dell’UE del 20.2.2013 (Investire nell'infanzia per spezzare il circolo vizioso dello svantaggio sociale), dove si chiede agli stati di garantire l’accesso a servizi di qualità a un costo sostenibile.
Dal documento, vado ad esaminare almeno 3 profili che appaiono oggi rilevanti nell’ambito di questo dibattito: tali sono al qualità, l’universalità, la natura educativa del servizio.
Il primo profilo investe la richiesta di qualità, cui si affianca l’esigenza di prevedere un sistema di autorizzazione, di accreditamento nella relazione con privati ed in ogni caso un sistema di valutazione ab origine ed in itinere. La nostra regione ha peraltro introdotto linee guida per la regolazione della qualità del sistema integrato regionale dei servizi per la prima infanzia (DGR 1089/2012), con ciò creando un modello partecipato ed avanzato.
Sotto il secondo profilo, si deve rilevare che la Raccomandazione richiama gli stati a fornire certamente servizi di qualità, tali da essere accessibili a costo sostenibile. In tal modo, il servizio per la prima infanzia ed in via prioritaria il nido viene ricondotto nel di servizio pubblico, con il qualificato dell’universalità secondo l’accezione comunitaria, e quindi allontanato dal servizio a domanda individuale. In tale ottica si colloca d’altr aparte il progetto di riforma oggi entrato nel ddl buona scuola (delega – art. 21 c. 2 lett. I). Gli elementi della qualità e del costo sostenibile per l’utenza chiedono l’organizzazione di un servizio accessibile, in modo tale che la domanda non venga a diminuire a causa dell’eccessivo costo, con ciò evidenziando la sussistenza di un interesse pubblico forte.
La conferma della circostanza che il modo d’essere del servizio deve assumere progressivamente una offerta universale e quindi accessibile a tutti è data dalla riflessione sul terzo profilo, ovvero sulla circostanza per cui il servizio nido ha un potenziale educativo, riconducibile alla istruzione. Già come noto, la Corte costituzionale, pur tenendo conto che l’asilo nido svolge una funzione diretta a tutela il lavoro, ha però affermato che – applicando il criterio della “prevalenza” – la disciplina degli asili nido ricada nell’ambito della materia istruzione, seppure in una fase prescolare (sent. n. 320/04; n. 370/03; 114/09).
Tale lettura viene confermata in sede di Unione Europea, per cui gli asili nido costituiscono servizi all’infanzia, che hanno il duplice scopo di agevolare il lavoro di entrambi i genitori e di fornire un servizio educativo complementare alla famiglia. In tale ottica il servizio educativo si sviluppa in continuità prima nell’età 0-6 e poi nella fase scolare, dove la continuità può portare ad una razionalizzazione della spesa pubblica.
Riconoscere il potenziale educativo di un servizio conduce altresì ad affermare che di accedere ed usufruire a quel servizio hanno necessità tutti i bambini, che dunque sono posti al centro delle scelte, insieme poi alle loro famiglie. L’ampliamento dell’utenza a tutti i bambini – a domanda universale e non a domanda individuale- determina una richiesta di ampliamento della domanda e quindi necessità di integrazione dell’offerta e non riduzione.
L’ampliamento della offerta di qualità a costo accessibile fa sorgere un notevole problema di sostenibilità dei costi, che si ravvisa sia in caso di gestione diretta, perche per l’implementazione del sistema integrato pubblico privato che per la adozione di misure intese a garantire il rispetto di protocolli di qualità. In tale contesto, si ravvisa l’esigenza di un coinvolgimento del privato, anche attraverso la realizzazione di interventi in sussidiarietà orizzontale, con modelli innovativi e flessibili, che però non vadano a snatura la portata educativa, anche nell’ottica di sostegno alle famiglie in sede lavorativa (si pensi alla esperienza di nidi aziendali).
Se il privato può alleviare le problematiche inerenti alla sostenibilità dei costi, le caratteristiche proprie di servizio pubblico a forte valenza educativa e che partecipa alle politiche di istruzione, intesa quale funzione fondamentale del nostro stato, implicano un sistema in cui il privato integra il pubblico che rimane titolare e responsabile del servizio, fino ad approntare gli adeguati strumenti per la qualificazione, il controllo e la garanzia dell’offerta.


Educare i bambini: intevento Dottoressa Sandra Benedetti


Sandra Benedetti

La nascita e lo sviluppo di servizi per l'infanzia nella nostra regione ha sempre considerato fondamenti tre aspetti interconnessi:
    la centralità del bambino nelle politiche rivolte ai servizi educativi;
    la partecipazione delle famiglie come strumento di costruzione di una comunità educante nella quale i genitori sono soggetti attivi con i quali condividere gli obiettivi di cura educativa;
  • la qualità dello stato sociale inteso come ambito in cui costruire politiche di benessere e di tutela per i più deboli.

La centralità del bambino nelle politiche rivolte ai servizi e educativi significa riconoscere le potenzialità dei bb fin dalla loro nascita, l'importanza di sollecitarle per tradurle in buone opportunità in grado di facilitare gli apprendimenti, ma anche il dovere di tutelarle dagli eccessivi precocismi o da una incuria educativa che invece di facilitare la crescita armonica dei talenti, potrebbe inibirli o provocare danni che sappiamo essere indelebili nei primi anni di vita. Per questo qualsiasi innovazione che si desidera apportare deve sempre essere accompagnata da una riflessione sugli effetti che essa determina nella salute psicofisica dei bambini. Questa è anche la ragione per cui chi si occupa dei bambini, come sostituiti temporanei di madri e padri, non possono non essere figure qualificate, sorrette da una qualificazione permanente, siano esse le educatrici e le collaboratrici, oppure i coordinatori pedagogici.

Il coinvolgimento e la partecipazione delle famiglie è un punto altrettanto delicato che non va trascurato: è indubbio infatti che la serenità dei genitori, ed in primis la madre nei primi tre anni di vita quando la reciproca dipendenza della coppia biologica è ancora molto pervasiva, sia un fattore importante e dunque le politiche rivolte ai servizi devono anche risultare facilitanti per le famiglie che vi ricorrono. I bisogni dei bambini non possono essere posti in competizione con quelli dei genitori lavoratori, anche se è dovere delle politiche favorire la massima conciliazione tra impegni di cura e di lavoro, soprattutto revisionando di tanto in tanto i modelli gestionali organizzativi sui quali si basa il funzionamento dei servizi.

la qualità dello stato sociale per costruire politiche di benessere e di tutela per i più deboli; è la terza dimensione che consente di non isolare la politiche educative ma di connetterle con le azioni di altre politiche fortemente integrate: da quelle economiche a quelle sociali e scolastiche a quelle sanitarie. Un welfare amico dei cittadini non è fondato su politiche parcellizzate, ma integrate in grado di favorire la razionalizzazione delle risorse, piuttosto che il loro spreco e la capacità di assumere la comunità dei cittadini che abitano in un determinato territorio, come soggetti attivi in grado di co-progettare e co-gestire le politiche, incluse quelle socio-educative. In questo senso sia il privato cooperativo che le aziende sono divenute partner attive nell'offerta dei servizi: oltre il 40% dei servizi 0/3 è erogato in convenzione con il privato e soprattutto i servizi di ultima generazione (PGE/domiciliari) sono espressione di una cultura gestionale prevalentemente di natura privata convenzionata. Così come nella nostra regione in dieci anni sono sorti 33 nidi aziendali: in essi le graduatorie sono integrate con quelle comunali oltreché per motivi di equità sociale, anche per l’ineludibile principio economico per cui alle aziende conviene avere accessi anche dalle graduatorie comunali, per avere continuità di presenze tra un anno e l’altro, diversamente il servizio solo rivolto ai propri dipendenti risentirebbe di una tale oscillazione da pregiudicarne la tenuta economica e dunque la stessa apertura.
É indiscutibile però che il disincanto prodotto da questa
pesante crisi economica e avvertito particolarmente in quelle regioni, come la nostra, in cui le scelte sono state fatte e gli impegni finanziari sono stati assunti in direzione di un investimento sul welfare di comunità, all'interno del quale la rete dei servizi educativi agisce da collante tra politica ed economia, tra stato e mercato, tra famiglie e collettività; tutto ciò ci obbliga ad un rilancio di un'attenta riflessione a cui non ci siamo mai sottratti.

In particolare è proprio la politica che, più qui che altrove, interroga la pedagogia dalla quale si attende non una risoluzione miracolistica, che ovviamente la pedagogia non vuole né può garantire, ma una elaborazione culturale in grado di ridefinire i paradigmi della sostenibilità con le istanze di qualità che non vanno mai tradite.

E' per questo che dopo un'accurata revisione di tutta la normativa regionale approdata alla fine del 2012 per la seconda volta in 10 anni ad una legge (L.1/00 e ss.mm) ed una direttiva (n. 85/2012) riaggiornata ed alleggerita nelle sue procedure applicative, lo sforzo degli ultimi due anni educativi (2011-2012 e 2012-2013) è rivolto alla valutazione della qualità educativa attraverso un sistema di regolazione regionale che intende portare a compimento quanto previsto dall'art- 19 della L, 1/00, ossia una definizione di qualità aggiuntiva che superi la soglia della sola autorizzazione al funzionamento e che valga, a proposito di equità, sia per i soggetti pubblici che per quelli privati.

L'indicatore per il monitoraggio della qualità di un servizio educativo non è data solo da valutazioni di tipo pedagogico, o solo da valutazioni di tipo economico-finanziario, o solo dalle esigenze "dell'utente-cliente famiglia" (peraltro non sempre connotate in termini di oggettività educativa), ma da una calibrazione, sempre da rinegoziare, fra i tre aspetti succitati. Dopo aver investito per lunghi anni sulla formazione del personale, che grava sul servizio educativo per l'80% del suo costo, ci pare opportuno ora conoscere come il know how formatosi nei nostri servizi sia in grado di favorire anche il cambiamento dall'interno dei servizi stessi, a partire da una maggiore consapevolezza per es. su come si conciliano i bisogni dei bambini, con quelli dei genitori e con la tipologia di offerta quotidiana che interroga per es. quanto e se i modelli gestionali e organizzativi che sorreggono il loro funzionamento siano facilitanti ad un uso flessibile del servizio che ovviamente va definito entro determinati confini che vanno resi espliciti.
Anche di questo si occupa la sperimentazione in corso che andrà meglio perfezionata e il cui esito, seppure parziale in quanto applicato al 10% dei servizi presenti su ciascun territorio provinciale, potrà fornire qualche indicazione per trattare con le parti sociali.
Qualsiasi aspetto che concorre a mutare il sistema attuale necessita infatti di una concertazione che certo non può imporsi con tempi biblici, ma che però non può sottrarsi al confronto con chi i servizi li gestisce: dai soggetti pubblici a quelli privati, dalle OO.SS alle rappresentanze delle parti sociali che nei servizi per l'infanzia ripongono quota parte dei loro investimenti.
Qualche anticipazione però voglio darla: è indubbio che la nuova legge di riordino istituzionale che la regione sta mettendo a punto ci farà comprendere dove verranno ri-allocate le funzioni fino ad ieri in capo alle province e come più in generale verrà ridisegnato il welfare istituzionale territoriale: intanto però possiamo già azzardare che dalla sperimentazione emergono alcuni aspetti che occorre considerare come vincolanti perla tenuta del sistema:
  • un contratto adeguato alle funzioni svolte soprattutto per quanto riguarda il personale dei servizi educativi erogati dai soggetti privati: molti di questi non dispongono neppure delle ore sufficienti di formazione richieste dalla nostra normativa,
  • una stabilità della figura del coordinatore pedagogico ed una sua dotazione altrettanto stabile nel sistema integrato pubblico privato, con una definizione degli standard organizzativi riferiti soprattutto al n. max dei servizi da coordinare e ad una precisa specificazione circa l'opportunità di operare nello 0-3, ma avendo anche la delega su uno sguardo progettuale più lungo 0-14/0-18;
    • una collocazione del CPP in area vasta in quanto organismo che favorisce il dialogo e la coesione di politiche socio-educative integrate ad altri settori (sanitario, scolastico, sociale);
    • una rivisitazione/aggiornamento culturale che indagando i profili delle nuove generazioni di padri e madri, aiuti a riflettere sulle dinamiche relazionali e sugli stili legati ai processi di accudimento/attaccamento/distaccamento attualizzati, assieme alle difficoltà delle coppie separate i cui bisogni educativi e di gestione del tempo di cura/lavoro sono sovente intercettati dai servizi educativi, ma che rimandano a risposte che i servizi da soli non possono garantire. Una revisione della spesa e degli investimenti sapendo che, al netto di quanto ci auguriamo venga garantito se passa il decreto legge Puglisi, possa garantire maggiori risorse finanziarie, anche regionali, come è avvenuto per il settore degli anziani che sono vulnerabili come i bambini, ma a differenza dei bambini, loro votano.
La sfida nel dibattito tra modernismo e post-modernismo sta proprio nella differenza tra certo e incerto e nell'incerto abituarsi a considerarlo non come una perdita di identità, la cui eccessiva affezione può produrre isolamento ed entropia, ma come l'inizio della sua costruzione a cui la nostra regione non si sottrarrà mettendo in campo le cautele necessarie a conservare un legame con la memoria senza temere l'innovazione. Ma di questo penso vi anticiperà meglio di me la vicepresidente Gualmini.




























Educare i bambini: introduzione di Laura Branca


I servizi educativi stanno attraversando un momento difficile, lo scenario a cui siamo di fronte è talmente complesso che anche riuscire a farne un ritratto verosimile non è del tutto scontato. I motivi delle difficoltà sono tantissimi. Abbiamo le difficoltà economiche e lavorative dei genitori (come pagare le rette?) ma anche le difficoltà delle PA che non sanno come muoversi tra i limiti imposti al contenimento di spesa e le necessità di offrire un servizio. Nel mentre le politiche del Governo attuale sono ancora in definizione (ddl 1260 e Buona scuola) mentre nei governi precedenti sono state immancabilmente annunciate e poco realizzate. L'associazione BoNidi anche quest'anno 2015 propone un dibattito nel tentativo di confrontarsi e trovare risposte ai tanti interrogativi che gravitano attorno al mondo dell'educazione e dell'infanzia.

martedì 16 aprile 2013

Stefano Zamagni e l'economia del welfare

McCoy











Abbiamo incontrato il professore Stefano Zamagni. Economista di fama non ha bisogno di tante presentazioni, i suoi numerosissimi saggi raccontano di lui. Ha divulgato il suo pensiero presso molte cattedre universitarie, ha affiancato l'ultimo pontefice come consultore e molto altro ancora. La sua linea di pensiero rispetto all'economica si discosta da quelle attuali di modello capitalistico e modello del welfare state e pone le basi un'economia differente che tenga presente della felicità. Possibile? Sentiamolo da lui.  
Professore ci spiega cos'è il welfare society?
Prima di dare una definizione di welfare society spieghiamo quali sistemi sono presenti oggi, come e dove nascono. C'è un welfare di tipo capitalistico che nasce nel 1919 negli Usa, a darne l'impulso furono sopratutto Rockfeller e Ford, inventarono ciò che oggi viene chiamato: liberismo. Il liberismo si basa sul principio che il datore di lavoro si fa carico del benessere, del welfare, della produce dei servizi, per i dipendenti. Questo modello è stato fallimentare nel tempo perché non trova equità. Per farla breve: se hai la fortuna di avere un datore di lavoro illuminato stai bene, altrimenti...
E il secondo modello?   
Il secondo modello è quello di welfare state che nasce in Gran Bretagna nel 1939 dal pensiero di Keynes. Lo Stato in questo caso accompagna il cittadino "dalla culla alla bara". Fu una grandissima conquista, un conquista civile, ma nel tempo questa conquista ha mostrato il suo tallone d'Achille. Primo oggi non è più possibile sostenerla a livello finanziario a meno che si vada verso un abbassamento della qualità e una selettività. Secondo la burocratizzazione del sistema l'ha impoverito e reso pesante. Si può garantire così una qualità codificata, non una qualità tacita... non si chiede al personale di essere umano e sorridente, ad esempio verso un malato...
Perché non è più sostenibile economicamente?
Perché le esigenze del welfare crescono e sono cambiate, perché la nostra società è  dinamica, ci si muove da un luogo all'altro, si passa da una condizione lavorativa all'altra, perché le entrate per quanto cospicue, in Italia abbiamo una pressione tributaria che è arrivata al 52%, non coprono le esigenze di spese che ha bisogno di un welfare sempre più qualificato e qualificante. Risultato il sistema non regge e si impoverisce. Questo deve essere molto chiaro. Il sistema tutto pubblico oggi non è più possibile se non aumentando le tasse fino al 60%, lascio immaginare le conseguenze, o con un impoverimento del servizio...come sintetizzò Titmuss "un welfare dei poveri è un welfare povero"   

Ci racconta cos'è il welfare society?
E' un welfare a carico dell'intera società per il bene comune. Un sistema che si fa carico del benessere (well-being) e delle relazioni interpersonali. Lo stato, le regioni i comuni insomma gli enti pubblici in unione e in alleanza con vari soggetti: no profit e profit creano un sistema per una società civile.
Una sussidiarietà orizzontale?
No, piuttosto una sussidiarietà circolare. L'ente pubblico finanzia e garantisce ai soggetti competenti di lavorare in termini di qualità ed efficienza con lo spirito di vera sussidiarietà. Ci sono molte realtà oggi nel nostro paese che hanno grandi competenze. Si devono creare poi di raccordi tra chi gestisce e chi lavora per un'articolazione efficace che possa produrre reciprocità. Un welfare sostenuto e creato da molti soggetti che possa offrire un pluralismo di fare e di offerta. Oggi si discute molto sul referendum per tagliare i contributi alla scuola paritaria . Non è togliendo i finanziamenti alle paritarie che si garantisce un'offerta per tutti. Così si mettono bambini in lista d'attesa che non potrebbero essere accolti nemmeno dalla scuola pubblica.
Lei è un firmatario del manifesto per mantenere i finanziamenti alla scuola paritaria  perché?
Perchè credo che come detto fino ad ora, che l'unico modo per sostenere una scuola di qualità e pubblica, sia un modello che investa vari soggetti qualificati di responsabilità e diritti, come la scuola paritaria.
A Bologna le scuole paritarie hanno sovvenzioni sia dallo Stato che dal comune, pur essendo che anche le scuole comunali sono paritarie, quindi hanno un doppio finanziamento...  
La legge detta Berlinguer sostiene la scuola gestita da privati o dagli enti purché parificata, quindi che garantisca gli stessi criteri di qualità. Oggi il comune di Bologna con un milione di euro garantisce oltre 1700 posti per i bambini iscritti e spendendo solo un solo milione, ha un servizio che in spesa avrebbe un consto pari a 6 milioni.
Su questo però ho dei dati diversi, secondo Rossano Rossi presidente della FISM in un recente dibattito sul tema, ha sostenuto che con quel milione si garantiscono circa 300 posti. 1700 è il numero che fa riferimento al totale degli iscritti, che sono sostenuti anche dalle rette dei genitori. In tutto questo si potrebbero ipotizzare altre vie intermedie? Ad esempio che i finanziamenti vadano ad altri tipi di ordini confessioni? Oggi a Bologna il privato parificato è quasi totalmente cattolico e questo non è garanzia di pluralità? In più sono a pagamento. Come si potrebbe ragionare per un'alternativa costruttiva?
Si, certo allargare gli orizzonti sarebbe bene. Se per questo andrebbe rivista anche la legge Berlinguer. Si potrebbe ragionare su molte modifiche per i finanziamenti e il sostentamento della scuola. Il fine deve essere avere una scuola diffusa, di qualità, sostenibile ed equa, ma ripeto non è togliendo un milione di euro al paritario che si ottiene una scuola diffusa e di qualità. Il danno sarebbe grave. Si allungherebbero le liste dei bambini che non troverebbero più posto nella scuola ne' a gestione Fism ne' a gestione comunale o statale
Professore  di recente è stato eletto presidente dell'Osservatorio Nazionale delle famiglia pur essendo in carica da pochissimo, pensa si debbano cambiare a livello economico leggi o altro per aiutare le famiglie oggi?
C'è molto da fare. Intanto sciogliere il nodo del tempo lavoro-vita familiare. Oggi le donne sono di fronte a quello che in gergo si chiama tragic choices.  Una scelta tra famiglia e un lavoro, o meglio una carriera. Agli uomini non viene chiesto. Non è possibile si continui su questa stada, è semplicemente ingiusto. Si deve pensare ad un'armonizzazione del lavoro. Le imprese in questo senso, possono fare molto. Ci sono già buon pratiche. Ci sono aziende che finiscono di lavorare alle 17,30 e non cominciare le riunioni a quell'ora, altre che hanno un sistema di ingresso e uscita a orari flessibili. E ancora ci sarebbe da distinguere per fascie di spesa a seconda dei componenti del nucleo familiare. Creare un controllo sistematico delle applicazioni delle leggi per monitorarne il funzionamento, interrompere il discrimini che oggi esiste nei cicli di vita. Fino ai 20 uomini e donne sono sullo stesso piano, dai trenta ai trentanove di apre un divario, dai 40 il gap sale ancora. Le donne tornano al lavoro ma senza possibilità di crescita professionale. Ho intenzione di far molto rumore nel mio ruolo di presidente dell'osservatorio dalle famiglie. 
   
   

lunedì 15 aprile 2013

lunedì 8 aprile 2013

Come gestire nidi e scuole d'infanzia?


imelenchon















Il comitato dei genitori ha al suo interno un equipe di esperti in materia legale che sta preparando un dettagliato studio per capire a quali scenari, servizi e scuole d'infanzia, potrebbero aprirsi in termini gestionali. Uno dei maggiori nodi che si sta discutendo anche a livello nazionale. A sintetizzare l'ampio